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LE 70 SETTIMANE (1a parte): comprendere i termini dell’enigma


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Questo è il primo articolo dedicato alle 70 settimane di cui si parla in Daniele 9:24-27.
Seguirà un secondo e forse un terzo articolo a conclusione del tema.
 
Chi ordinò la ricostruzione della città di Gerusalemme e del secondo Tempio?
Ciro o Artaserse?
Avvenne entro il 515 o nel 455 a.E.V.?
 
 
Il titolo di questo articolo avrà forse lasciato perplesso qualcuno.
La maggior parte dei testimoni di Geova ma anche appartenenti ad altre confessioni religiose probabilmente si chiederanno che “senso ha” associare la parola “enigma” alla profezia relativa alle 70 settimane.
D’altronde non ci troviamo più al tempo di Daniele, non è vero?
Qualcuno dirà che per lui, a quel tempo, sia quella che altre profezie a venire furono considerate enigmatiche (confronta Daniele 12:8) ma non per noi oggi!
Oggi l’abbiamo capita!
Molti diranno che quella profezia si adempì alla perfezione con la venuta del Signore e la distruzione del Tempio di Gerusalemme.
È davvero così?
Questa sarà senz’altro la parte più difficile da ridiscutere perché considerata in assoluto “la più sicura” interpretazione di tutte.
Lo stesso autore di questo blog riconosce di aver avuto questa convinzione.
Nel primo articolo dedicato al 1914 (che ovviamente ridiscusse quella data) si faceva un’introduzione proprio relativa alle 70 settimane mostrando “la differenza” tra una e l’altra.
In pratica si domandava se la spiegazione del 1914 fosse “altrettanto accurata” come quella delle 70 settimane… .
In realtà un esame più accurato rimise presto in discussione quella certezza per cui è arrivato il momento di mettere sul tavolo le varie motivazioni che hanno spinto ad una rilettura.
Il lettore è invitato a valutare attentamente queste ragioni, come al solito, basandosi esclusivamente sulla logica Scritturale e non sulla propria educazione religiosa.
Prima di far questo confrontiamo attentamente come, le diverse traduzioni bibliche, rendono questi versetti.
Riflettendo sulle diverse traduzioni bibliche forse si inizierà a valutare come, l’interpretazione di questa profezia, è ancora oggetto di discussione.
 
Daniele 9:24-27 nelle diverse traduzioni bibliche
 
Settanta settimane sono state fissate riguardo al tuo popolo e alla tua santa città, per far cessare la perversità, per mettere fine al peccato, per espiare l'iniquità e stabilire una giustizia eterna, per sigillare visione e profezia e per ungere il luogo santissimo. 25 Sappi dunque e comprendi bene: dal momento in cui è uscito l'ordine di restaurare e ricostruire Gerusalemme fino all'apparire di un unto, di un capo, ci saranno sette settimane e sessantadue settimane; essa sarà restaurata e ricostruita, piazza e mura, ma in tempi angosciosi. 26 Dopo le sessantadue settimane un unto sarà soppresso, nessuno sarà per lui. Il popolo d'un capo che verrà distruggerà la città e il santuario; la sua fine verrà come un'inondazione ed è decretato che vi saranno devastazioni sino alla fine della guerra. 27 Egli stabilirà un patto con molti, per una settimana; in mezzo alla settimana farà cessare sacrificio e offerta; sulle ali delle abominazioni verrà un devastatore. Il devastatore commetterà le cose più abominevoli, finché la completa distruzione, che è decretata, non piombi sul devastatore"» - Daniele 9:24-27 secondo la Nuova Riveduta
 
Cominciamo già a vedere qualcosa di interessante che cambia di molto l’intendimento di alcuni.
Il versetto 24 parla di “luogo santissimo” e non di “Santo dei Santi” come fa la Traduzione del Nuovo Mondo.
Ovviamente anche “Santo dei Santi” (o Santissimo) è corretto perché questa parola può essere tradotta in più modi ma il problema è capire di chi o di cosa si sta parlando.
Traducendo “Santo dei Santi” alcuni potrebbero intendere che la profezia riguardi il Cristo, il Messia.
Tuttavia bisogna comprendere se lo scrittore si stava riferendo ad una persona o ad un luogo perché il “Santo dei Santi” era la parte più interna del tempio.
Insomma era un “luogo”, non una persona.
La Nuova Riveduta, infatti, non ha tradotto “il luogo santissimo” a caso.
È scontato asserire che questo non è un piccolo particolare perché non cambierebbe solo aspetti marginali della nostra comprensione: cambierebbe tutto il soggetto.
Quindi anche il versetto 25 è tradotto in maniera sostanzialmente diversa: la Nuova Riveduta non traduce “IL Messia” ma “un unto, un capo”.
Nel prossimo articolo vedremo cosa compare, in effetti, nel testo originale ma di fatto se questa parola tradotta “unto” fosse la stessa che abbiamo usato per Ciro (confronta Isaia 45:1) o per qualsiasi altra persona con un incarico speciale distinguendolo dal Messia, allora è lecito chiedersi cosa abbia spinto il traduttore a tradurre in quel modo.
La Scrittura dà modo di ritenere che si stia parlando del Messia (ossia Cristo Gesù) o più semplicemente di un unto, un capo?
Andiamo al versetto 26 e troviamo un’altra espressione che crea un’enorme differenza con la TnM.
In questa traduzione si legge: “Dopo le sessantadue settimane un unto sarà soppresso, nessuno sarà per luimentre la TnM traduce “senza nulla per sé” e anche questo non è un particolare insignificante.
Il perché lo vedremo meglio confrontando altre traduzioni ma già si nota che nel primo caso si parla di qualcuno che non avrebbe ricevuto aiuto da nessuno mentre nel secondo di uno che non aveva nulla.
Un’altra profonda differenza la troviamo al versetto 27 dove si legge di qualcuno che “stabilirà un patto con molti” mentre la TnM traduce “terrà in vigore il patto per i molti”, cosa che lascia intendere l’esistenza di un patto precedente, senza contare che nella prima versione si capisce bene che è il condottiero di questo popolo distruttore a “stabilire un patto con molti” mentre nella TnM non si capisce se è questo condottiero a farlo oppure il “Messia”.
Provate a rileggerle bene e a confrontarle per vedere se le cose stanno così.
Ed infine bisognerebbe anche capire chi è “colui che giace desolato” (e cosa significano queste parole) mentre la Nuova Riveduta dice che “la completa distruzione, che è decretata, non piombi sul devastatore".
Cominciamo a riflettere su queste differenze.
 
Adesso leggiamo come la C.E.I/Gerusalemme traduce questi versetti.
24 Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua santa città per mettere fine all'empietà,
mettere i sigilli ai peccati, espiare l'iniquità, portare una giustizia eterna, suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei santi.
25 Sappi e intendi bene, da quando uscì la parola sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme fino a un principe consacrato, vi saranno sette settimane.
Durante sessantadue settimane saranno restaurati, riedificati piazze e fossati, e ciò in tempi angosciosi.

26 Dopo sessantadue settimane, un consacrato sarà soppresso senza colpa in lui; il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario; la sua fine sarà un'inondazione e, fino alla fine,
guerra e desolazioni decretate.
27 Egli stringerà una forte alleanza con molti per una settimana e, nello spazio di metà settimana, farà cessare il sacrificio e l'offerta; sull'ala del tempio porrà l'abominio della
desolazione e ciò sarà sino alla fine, fino al termine segnato sul devastatore».
 
Questa traduzione riporta “principe consacrato” e si capisce bene che i traduttori non hanno ritenuto che esso fosse il Messia (il commentario, infatti, riporta il Sommo Sacerdote al tempo Antioco IV).
Inoltre c’è un particolare molto interessante.
Questa traduzione non considera affatto 69 settimane come fa la TnM scrivendo “7 settimane e anche 62 settimane” ma divide in due avvenimenti ben distinti.
Da quando uscì la parola sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme fino a un principe consacrato, vi saranno sette settimane”. Stop.
Quindi sta dicendo che dall’annuncio (editto o quello che è) di ricostruzione di Gerusalemme fino all’apparizione di questo “unto consacrato” devono passare 7 settimane.
Non stiamo per ora a disquisire se sono settimane di giorni o di anni ma il punto è che scritto in questo modo non si evince affatto che per l’apparizione di questa persona dovevano passare 69 settimane ma solo 7.
Come continua la scrittura?
Durante sessantadue settimane saranno restaurati, riedificati piazze e fossati, e ciò in tempi angosciosi”.
Quindi è chiaro: secondo questa traduzione dall’annuncio di ricostruire Gerusalemme fino all’apparizione di questo capo passano 7 settimane mentre Gerusalemme viene ricostruita in 62 settimane al termine delle quali questa persona viene soppressa.
È davvero così assolutamente chiara questa scrittura e l’interpretazione che abbiamo sempre accettato era “senza difetti” o sta saltando fuori un vero e proprio enigma?
Ovviamente qualcuno dirà che la storia ha dimostrato una certa interpretazione mentre avrebbe scartato tutte le altre… ma questo lo vedremo più avanti.
Per il momento, per coloro che sono convinti che la traduzione corretta debba essere 7+62, ovvero 69 settimane alla comparsa del Messia, potrebbero chiedersi perché la Scrittura dice che il Messia sarebbe stato soppresso dopo 62 settimane e non dopo 69 (vedi Daniele 9:26 nella TnM).
Se la traduzione corretta fosse 7+62, ovvero 69, perché essa non dice che il Messia sarebbe stato soppresso dopo 69 settimane o, al limite, dopo “7+62 settimane”?
Ed infine un’altra differenza si trova nel versetto 27 dove si parla “dell’ala del tempio” mentre la TnM traduce “ala di cose disgustanti”.
Anche qui la differenza è notevole ma in questo caso potrebbe non esserci un vero contrasto, dal momento che la wt ritiene che si applichi alla distruzione del tempio avvenuta nel 70 E.V.
 
Passiamo dunque alla traduzione successiva.
24 Settanta settimane sono stabilite per il tuo popolo e per la tua santa città, per far cessare la trasgressione, per mettere fine al peccato, per espiare l'iniquità, per far venire una giustizia eterna, per sigillare visione e profezia e per ungere il luogo santissimo. 25 Sappi perciò e intendi che da quando è uscito l'ordine di restaurare e ricostruire Gerusalemme fino al Messia, il principe, vi saranno sette settimane e altre sessantadue settimane; essa sarà nuovamente ricostruita con piazza e fossato, ma in tempi angosciosi. 26 Dopo le sessantadue settimane il Messia sarà messo a morte e nessuno sarà per lui. E il popolo di un capo che verrà distruggerà la città e il santuario; la sua fine verrà con un'inondazione, e fino al termine della guerra sono decretate devastazioni. 27 Egli stipulerà pure un patto con molti per una settimana, ma nel mezzo della settimana farà cessare sacrificio e oblazione; e sulle ali delle abominazioni verrà un devastatore, finché la totale distruzione, che è decretata, sarà riversata sul devastatore» - Nuova Diodati
 
Anche la Nuova Diodati ritiene che “il Santo dei Santi” sia in realtà “il luogo santissimo” ma poi anch’essa traduce “Messia” intendendo evidentemente Cristo.
Anch’essa traduce “7 settimane e altre 62 settimane” e nel versetto 26 si legge “nessuno sarà per lui” ribadendo il concetto “nessuno che lo aiuti” e non “senza nulla per se”.
Ovviamente riconoscendo da un lato che il Santissimo è il luogo più interno del tempio e non una persona ma dall’altro traducendo “Messia” dove altre traduzioni traducono semplicemente unto o capo, sorge la domanda: è il luogo ad essere unto (cioè messo nella condizione giusta) oppure è il Messia?
 
La versione successiva traduce…
24 Settanta settimane son fissate riguardo al tuo popolo e alla tua santa città, per far cessare la trasgressione, per metter fine al peccato, per espiare l'iniquità, e addurre una giustizia eterna, per suggellare visione e profezia, e per ungere un luogo santissimo. 25 Sappilo dunque, e intendi! Dal momento in cui è uscito l'ordine di restaurare e riedificare Gerusalemme fino all'apparire di un unto, di un capo, vi sono sette settimane; e in sessantadue settimane essa sarà restaurata e ricostruita, piazze e mura, ma in tempi angosciosi. 26 Dopo le sessantadue settimane, un unto sarà soppresso, nessuno sarà per lui. E il popolo d'un capo che verrà, distruggerà la città e il santuario; la sua fine verrà come un'inondazione; ed è decretato che vi saranno delle devastazioni sino alla fine della guerra. 27 Egli stabilirà un saldo patto con molti, durante una settimana; e in mezzo alla settimana farà cessare sacrifizio e oblazione; e sulle ali delle abominazioni verrà un devastatore; e questo, finché la completa distruzione, che è decretata, non piombi sul devastatore' – Luzzi/Riveduta
 
Isolando i punti che ci interessano vediamo che la Luzzi traduce “un unto”, il quale compare in sette settimane esattamente come traduce la CEI.
Con un punto e virgola tra le due espressioni, si capisce che le successive 62 settimane servono per restaurare e ricostruire Gerusalemme e non hanno nulla a che vedere con l’apparizione di questo unto (che è comparso da un pezzo). Alla fine di queste 62 settimane, ovvero quando ormai Gerusalemme è ricostruita, questo unto viene soppresso.
Un’altra differenza importante è che questa traduzione riporta che “è decretato che vi saranno delle devastazioni sino alla fine della guerrae non “fino alla fine ci sarà guerra” e anche questa è una differenza notevole.
Nel primo caso si sta dicendo che la devastazione durerà fino alla fine della guerra (guerra che può essere breve o lunga) mentre nel secondo caso dice che ci sarà guerra “fino alla fine” ovvero fino alla fine del sistema satanico.
Probabilmente a questa traduzione si deve la credenza comune che se in Israele c’è sempre guerra è perché era una profezia (anche se bisognerebbe spiegare che guerre ci sarebbero state in Israele quando Israele non esisteva e comunque per quale motivo non c’è sempre stata devastazione).
Vi sembrano differenze di poco conto?
Prima di “scegliere” una traduzione e scartarne un’altra, dovremmo almeno capire quale criterio seguire.
Non sarebbe un po’ troppo facile scegliere quella traduzione che accarezza maggiormente le nostre credenze o le nostre idee preconcette?
 
Come già accennato, qualcuno però dirà che la storia ha dimostrato quale dovrebbe essere la traduzione più corretta.
Non viene però spontaneo chiedersi perché, “se fosse così”, molte traduzioni continuerebbero a tradurre male sapendo com’è andata la storia?
Questi traduttori biblici preferiscono negare la storia pur di giustificare le proprie traduzioni o forse la storia non è andata proprio come ci è stato raccontato?
Sorvolando temporaneamente queste domande, analizziamo in profondità la spiegazione della Wt e vediamo se è davvero così inattaccabile.
 
Analizziamo l’interpretazione delle 70 settimane secondo l’intendimento della Watchtower
 
E’ opportuno, prima di cimentarci nella spiegazione ufficiale della società Torre di Guardia, citare cosa diceva la rivista del 15/02/2014 alle “domande dai lettori”.
Segue la citazione.
Nel II secolo alcuni ebrei credevano che le 70 settimane abbracciassero il periodo di tempo che andava dalla distruzione del primo tempio nel 607 a.E.V. a quella del secondo nel 70 E.V.; altri invece pensavano che la profezia si fosse adempiuta durante il periodo dei Maccabei, nel II secolo a.E.V. Quindi, sul calcolo delle 70 settimane non c’era unanimità.
Se nel I secolo il calcolo delle 70 settimane fosse stato fatto correttamente, sarebbe lecito pensare che gli apostoli e altri cristiani dell’epoca usassero questa profezia per dimostrare che Gesù Cristo era il promesso Messia e che era arrivato proprio quando era stato predetto. Non ci sono però prove a conferma del fatto che questo è ciò che fecero i primi cristiani.
È opportuno mettere in risalto anche un altro fattore. Gli scrittori dei Vangeli spesso menzionarono profezie delle Scritture Ebraiche che si erano adempiute in Gesù Cristo (Matt. 1:22, 23; 2:13-15; 4:13-16). Nessuno di loro, però, associò la comparsa di Gesù sulla terra alla profezia delle 70 settimane.
In conclusione, non possiamo affermare con certezza che ai giorni di Gesù si avesse un intendimento corretto della profezia delle 70 settimane. I Vangeli, comunque, forniscono altre valide ragioni per cui il popolo avrebbe dovuto essere “in aspettazione” del Messia”.
Fine della citazione.
 
Riflettiamo attentamente su queste parole.
Finché parliamo del II secolo e di persone non approvate da Dio è solo logico pensare che essi non avessero il corretto intendimento di questa o di altre profezie – confronta Daniele 12:9, 10; Matteo 11:25, 26
Tuttavia se parliamo dei discepoli di Cristo, in particolare gli apostoli, i quali predicarono in Israele e altrove per dimostrare che Gesù fosse il Messia promesso, non è strano constatare che tra le tante Scritture che essi menzionarono a riprova dell’identità del Cristo, nessuno mai fece riferimento alle 70 settimane?
Eppure sarebbe stata la dimostrazione più forte e incontestabile!
Riuscite a trovare un solo discorso degli apostoli o dei primi cristiani che, durante la loro opera di predicazione, citano la profezia delle 70 settimane a riprova che Egli fosse il Messia promesso?
La rivista Torre di Guardia qui citata afferma “non possiamo affermare con certezza che ai giorni di Gesù si avesse un intendimento corretto della profezia delle 70 settimane”… e a parte il fatto che si sarebbe dovuto scrivere “non possiamo affermarlo e basta” e non “non possiamo affermare con certezza” c’è un problema più serio da affrontare.
Ammettiamo che i primi discepoli di Cristo non avessero una conoscenza completa della Scrittura, come infatti era – confronta Giovanni 16:12
Le stesse domande che essi facevano dimostravano i loro limiti e il loro desiderio di capire – confronta Matteo 15:15, 16
Questa mancanza di conoscenza sarebbe perdurata?
Il Signore disse “Mentre rimanevo con voi, vi ho detto queste cose. Ma il soccorritore, lo spirito santo, che il Padre manderà nel mio nome, quello vi insegnerà ogni cosa e vi rammenterà tutte le cose che vi ho detto” - Giovanni 14:25, 26
La predicazione della buona notizia non si interruppe alla morte di Cristo anzi… essa raggiunse tutta la terra abitata allora conosciuta – Atti 24:5; Romani 10:18
Quindi anche ammettendo che durante la vita del Signore sulla terra essi non avessero un accurato intendimento delle Scritture, dopo la Sua morte sarebbe sceso su di loro lo Spirito Santo che avrebbe “insegnato loro ogni cosa”.
Perché, dunque, in tutte le lettere apostoliche fino alla lettera di III Giovanni non si menzionano, mai, le 70 settimane di Daniele?
Quello che la rivista qui citata dice tra le righe in effetti è: anche se i primi cristiani non compresero la profezia delle 70 settimane, l’abbiamo compresa noi.
 
Ciò che segue è preso dal libro “Prestate attenzione alle profezie di Daniele”* parti estrapolate dal capitolo 11.
16 Tre avvenimenti notevoli meritano di essere presi in considerazione a proposito dell’inizio delle “settanta settimane”. Il primo si verificò nel 537 a.E.V. quando Ciro emanò il decreto che permetteva agli ebrei di tornare al loro paese. Si legge: “Ciro re di Persia ha detto questo: ‘Geova l’Iddio dei cieli mi ha dato tutti i regni della terra, ed egli stesso mi ha incaricato di edificargli una casa a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque fra voi è di tutto il suo popolo, il suo Dio sia con lui. Salga dunque a Gerusalemme, che è in Giuda, e riedifichi la casa di Geova l’Iddio d’Israele — egli è il vero Dio — la quale era a Gerusalemme. In quanto a chiunque resta da tutti i luoghi dove risiede come forestiero, gli uomini del suo luogo lo assistano con argento e con oro e con beni e con animali domestici insieme all’offerta volontaria per la casa del vero Dio, che era a Gerusalemme’”. (Esdra 1:2-4) Chiaramente il preciso scopo del decreto era far ricostruire il tempio — “la casa di Geova” — nel luogo in cui sorgeva un tempo.
17 Il secondo avvenimento si verificò nel settimo anno del regno del re persiano Artaserse (Artaserse Longimano, figlio di Serse I). All’epoca il copista Esdra fece un viaggio durato quattro mesi da Babilonia a Gerusalemme. Era latore di una lettera speciale del re, che però non autorizzava la ricostruzione di Gerusalemme. L’incarico di Esdra consisteva solo nell’“abbellire la casa di Geova”. Per questo la lettera menzionava oro e argento, vasi sacri e contribuzioni in frumento, vino, olio e sale per sostenere l’adorazione presso il tempio, nonché l’esenzione dalle tasse per coloro che vi prestavano servizio. — Esdra 7:6-27.
18 Il terzo avvenimento si verificò 13 anni (ovvero 13 anni dopo il settimo anno del re persiano Artaserese) dopo, nel 20° anno del re persiano Artaserse. Allora Neemia serviva come suo coppiere “a Susa il castello”. Gerusalemme era stata parzialmente riedificata dal rimanente tornato da Babilonia. Ma le cose non andavano bene. Neemia apprese che ‘le mura di Gerusalemme erano diroccate e le sue stesse porte erano state bruciate col fuoco’. Questo lo turbava molto e il suo cuore era rattristato. Quando gli fu chiesta la ragione della sua tristezza, Neemia rispose: “Viva il re a tempo indefinito! Perché non dev’essere triste la mia faccia quando la città, la casa dei luoghi di sepoltura dei miei antenati, è devastata, e le sue medesime porte sono state divorate dal fuoco?” — Neemia 1:1-3; 2:1-3.
19 La descrizione dell’episodio che riguardava Neemia prosegue: “A sua volta il re mi disse: ‘Che cos’è dunque che cerchi di ottenere?’ Subito pregai l’Iddio dei cieli. Dopo ciò dissi al re: ‘Se al re in effetti sembra bene, e se il tuo servitore sembra buono davanti a te, che tu mi mandi in Giuda, alla città dei luoghi di sepoltura dei miei antenati, affinché io la riedifichi’”. La proposta piacque ad Artaserse, che acconsentì anche a un’ulteriore richiesta di Neemia: “Se al re in effetti sembra bene, mi siano date lettere per i governatori che sono oltre il Fiume [l’Eufrate], perché mi facciano passare finché io giunga in Giuda; anche una lettera per Asaf il custode del parco che appartiene al re, affinché mi dia alberi per costruire col legname le porte del Castello che appartiene alla casa, e per le mura della città e per la casa in cui devo entrare”. Neemia riconobbe il ruolo di Geova in tutto questo, dicendo: “Il re, dunque, [mi] diede [le lettere], secondo la buona mano del mio Dio su di me”. — Neemia 2:4-8.
20 Il permesso venne accordato nel mese di nisan, nella prima parte del 20° anno del regno di Artaserse, ma l’effettiva “emanazione della parola di restaurare e riedificare Gerusalemme” andò in vigore mesi dopo, quando Neemia arrivò a Gerusalemme e iniziò il lavoro di ricostruzione. Il viaggio di Esdra aveva richiesto quattro mesi, ma Susa si trovava più di 300 chilometri a est di Babilonia e quindi ancora più lontano da Gerusalemme. Molto probabilmente, dunque, Neemia arrivò a Gerusalemme verso la fine del 20° anno di Artaserse, cioè nel 455 a.E.V. Le predette “settanta settimane”, o 490 anni, iniziarono allora. Sarebbero terminate nell’ultima parte del 36 E.V. — Vedi “Quando iniziò il regno di Artaserse?”, a pagina 197.
21 Quanti anni passarono prima che Gerusalemme fosse effettivamente ricostruita? La ricostruzione della città doveva avvenire “nelle strettezze dei tempi” a motivo di difficoltà fra gli ebrei stessi e dell’opposizione dei samaritani e di altri. Il lavoro a quanto pare fu completato nella misura necessaria verso il 406 a.E.V., entro le “sette settimane”, cioè entro 49 anni. (Daniele 9:25)
Sarebbe seguito un periodo di 62 settimane, o 434 anni. Dopo quel periodo sarebbe comparso il Messia promesso da tempo. Contando 483 anni (49 più 434) dal 455 a.E.V. arriviamo al 29 E.V. Cosa accadde quell’anno? Il Vangelo scritto da Luca ci dice: “Nel quindicesimo anno del regno di Tiberio Cesare, quando Ponzio Pilato era governatore della Giudea, ed Erode era governante del distretto della Galilea, . . . la dichiarazione di Dio fu rivolta a Giovanni figlio di Zaccaria nel deserto. Egli venne dunque in tutto il paese intorno al Giordano, predicando il battesimo in simbolo di pentimento per il perdono dei peccati”. In quel tempo “il popolo era in aspettazione” del Messia. — Luca 3:1-3, 15.
22 Giovanni non era il Messia promesso. Ma riguardo a ciò di cui fu testimone al battesimo di Gesù di Nazaret, nell’autunno del 29 E.V., Giovanni disse: “Ho visto lo spirito scendere dal cielo come una colomba e rimanere sopra di lui. Nemmeno io lo conoscevo, ma Colui che mi ha mandato a battezzare in acqua mi disse: ‘Chiunque sia colui sul quale vedrai scendere e rimanere lo spirito, questi è colui che battezza nello spirito santo’. E io l’ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio”. (Giovanni 1:32-34) Al suo battesimo, Gesù diventò l’Unto: il Messia o Cristo. Poco dopo Andrea, discepolo di Giovanni, incontrò l’unto Gesù e poi disse a Simon Pietro: “Abbiamo trovato il Messia”. (Giovanni 1:41) Quindi “Messia il Condottiero” comparve puntualmente, alla fine di 69 settimane!
Dal sottotitolo “GLI AVVENIMENTI DELL’ULTIMA SETTIMANA”
23 Cosa doveva compiersi durante la 70a settimana? Gabriele disse che il periodo di “settanta settimane” era stato determinato “per porre termine alla trasgressione, e porre fine al peccato, e fare espiazione per l’errore, e recare giustizia per tempi indefiniti, e imprimere un suggello sulla visione e sul profeta, e ungere il Santo dei Santi”. Perché questo si compisse “Messia il Condottiero” doveva morire. Quando? Gabriele disse: “Dopo le sessantadue settimane Messia sarà stroncato, senza nulla per lui stesso. . . . Ed egli deve tenere in vigore il patto per i molti per una settimana; e alla metà della settimana farà cessare sacrificio e offerta di dono”. (Daniele 9:26a, 27a) Il momento cruciale era “alla metà della settimana”, vale a dire nel mezzo dell’ultima settimana di anni.
24 Il ministero pubblico di Gesù Cristo iniziò nell’ultima parte del 29 E.V. e durò tre anni e mezzo. Come era stato profetizzato, nei primi mesi del 33 E.V. Cristo fu “stroncato” quando morì su un palo di tortura, dando la sua vita umana come riscatto per l’umanità. (Isaia 53:8; Matteo 20:28) La necessità dei sacrifici di animali e delle offerte di dono prescritti dalla Legge cessò quando il risuscitato Gesù presentò a Dio in cielo il valore della sua vita umana sacrificata. Anche se i sacerdoti ebrei continuarono a fare offerte sino alla distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 E.V., quei sacrifici non erano più graditi a Dio. Erano stati sostituiti da un sacrificio migliore, che non si doveva mai ripetere. L’apostolo Paolo scrisse: “[Cristo] offrì un solo sacrificio per i peccati in perpetuo . . . Poiché con una sola offerta di sacrificio ha reso perfetti in perpetuo quelli che sono santificati”. — Ebrei 10:12, 14.
25 Benché il peccato e la morte abbiano continuato ad affliggere l’umanità, il fatto che Gesù fu stroncato nella morte e la sua risurrezione alla vita celeste adempirono la profezia. Ciò ‘pose termine alla trasgressione, pose fine al peccato, fece espiazione per l’errore e recò giustizia’. Dio aveva abrogato il patto della Legge, che denunciava e condannava gli ebrei come peccatori. (Romani 5:12, 19, 20; Galati 3:13, 19; Efesini 2:15; Colossesi 2:13, 14) Adesso i peccati dei trasgressori pentiti potevano essere cancellati e le relative pene annullate. Grazie al sacrificio propiziatorio del Messia, per coloro che esercitavano fede era possibile la riconciliazione con Dio. Potevano aspettarsi di ricevere il dono di Dio della “vita eterna mediante Cristo Gesù”. — Romani 3:21-26; 6:22, 23; 1 Giovanni 2:1, 2.
26 Così nel 33 E.V., con la morte di Cristo, Geova abrogò il patto della Legge. Come mai, allora, si poteva dire che il Messia doveva “tenere in vigore il patto per i molti per una settimana”? Perché mantenne in vigore il patto abraamico. Sino alla fine della 70a settimana Dio concesse le benedizioni di quel patto ai discendenti ebrei di Abraamo. Ma alla fine delle “settanta settimane” di anni, nel 36 E.V., l’apostolo Pietro predicò a un devoto italiano, Cornelio, ai suoi familiari e ad altri gentili. E da quel giorno in poi si cominciò a proclamare la buona notizia fra persone delle nazioni. — Atti 3:25, 26; 10:1-48; Galati 3:8, 9, 14.
27 La profezia aveva predetto anche l’unzione del “Santo dei Santi”. Non si tratta dell’unzione del Santissimo, o compartimento più interno, del tempio di Gerusalemme. L’espressione “Santo dei Santi” si riferisce qui al celeste santuario di Dio. Lì Gesù presentò il valore del suo sacrificio umano al Padre. Nel 29 E.V. il battesimo di Gesù aveva unto, o appartato, quella realtà spirituale, celeste, rappresentata dal Santissimo del tabernacolo terreno e del successivo tempio. — Ebrei 9:11, 12.
Dal sottotitolo “LA PROFEZIA CONFERMATA DA DIO”
28 La profezia messianica pronunciata all’angelo Gabriele parlava anche di “imprimere un suggello sulla visione e sul profeta”. Questo significava che tutto ciò che era stato predetto riguardo al Messia — tutto quello che compì mediante il suo sacrificio, la sua risurrezione e la sua comparsa in cielo, come pure le altre cose che avvennero durante la 70a settimana — avrebbe avuto il suggello dell’approvazione divina, sarebbe risultato vero ed era degno di fiducia. La visione sarebbe stata suggellata, limitata al Messia. Si sarebbe adempiuta in lui e nell’opera compiuta da Dio per mezzo suo. Solo in relazione al predetto Messia avremmo potuto trovare l’interpretazione corretta della visione. Niente altro ne avrebbe dischiuso il significato.
29 Gabriele in precedenza aveva profetizzato che Gerusalemme sarebbe stata ricostruita. Adesso predice la distruzione della città ricostruita e del suo tempio, dicendo: “Il popolo di un condottiero che verrà ridurrà in rovina la città e il luogo santo. E la fine d’esso sarà mediante l’inondazione. E sino alla fine ci sarà guerra; sono decise le desolazioni. . . . E sull’ala di cose disgustanti ci sarà colui che causa desolazione; e fino a uno sterminio, la medesima cosa decisa si verserà anche su colui che giace desolato”. (Daniele 9:26b, 27b) Anche se sarebbe avvenuta dopo le “settanta settimane”, questa desolazione sarebbe stata il risultato diretto di avvenimenti verificatisi durante l’ultima “settimana”, quando gli ebrei rigettarono Cristo e lo fecero mettere a morte. — Matteo 23:37, 38.
30 La storia mostra che nel 66 E.V. le legioni romane al comando di Cestio Gallo, legato di Siria, accerchiarono Gerusalemme. Nonostante la resistenza degli ebrei, gli eserciti romani con le loro insegne idolatriche penetrarono nella città e cominciarono a scalzare il muro del tempio a nord. Il fatto che stessero lì li rendeva una “cosa disgustante” che poteva causare completa desolazione. (Matteo 24:15, 16) Nel 70 E.V. i romani al comando del generale Tito vennero come un’“inondazione” e resero effettivamente desolati la città e il tempio. Niente li fermò, poiché questo era stato decretato — ‘deciso’ — da Dio. Geova ancora una volta aveva adempiuto la sua parola al tempo da lui stabilito!
FINE DELLA CITAZIONE
 
Cominciamo dunque ad analizzare approfonditamente questa interpretazione che, ad una prima lettura, sembrerebbe inattaccabile.
Dopo aver spiegato le motivazioni secondo cui dobbiamo considerare le settimane come settimane di anni (come traducono anche alcune versioni bibliche), il libro riconosce che ci sono “tre avvenimenti notevoli che meritano di essere presi in considerazione a proposito dell’inizio delle “settanta settimane””.
Il primo si verificò nel 537 a.E.V. quando Ciro emanò il decreto che permetteva agli ebrei di tornare al loro paese. Si legge: “Ciro re di Persia ha detto questo: ‘Geova l’Iddio dei cieli mi ha dato tutti i regni della terra, ed egli stesso mi ha incaricato di edificargli una casa a Gerusalemme, che è in Giuda” - Esdra 1:2-4
Questo sembra davvero essere il più ragionevole perché fu Dio stesso ad autorizzarlo.
Questo editto non fu proclamato per iniziativa di un imperatore borioso ma, come egli stesso disse, “Geova l’Iddio dei cieli (…) mi ha incaricato di edificargli una casa a Gerusalemme”.
Non solo: è proprio lui ad essere chiamato “unto”! - Isaia 45:1
Daniele menziona chiaramentel'ordine di restaurare e ricostruire Gerusalemme
Secondo la Parola di Dio e non secondo le interpretazioni umane, chi fu incaricato di ricostruire Gerusalemme?
Isaia 44:28 dice “Colui che dice di Ciro: ‘È il mio pastore, e tutto ciò di cui mi diletto adempirà completamente’; perfino nel [mio] dire di Gerusalemme: ‘Sarà riedificata’, e del tempio: ‘Saranno gettate le tue fondamenta’”.
A questo punto la questione dovrebbe già essere chiusa** (vedi la nota in calce) perché la semplice domanda che dovremmo farci è: queste parole si adempirono oppure non si adempirono?
Se non si adempirono, allora affermiamo apertamente che la Bibbia si è sbagliata.
Dio disse di aver incaricato Ciro per riedificare Gerusalemme e gettare le fondamenta del tempio ma questo non si avverò. Giusto?
Non si avverò perché il libro “Profezie di Daniele” dice chiaramente che “Gerusalemme era stata parzialmente riedificata”… ma la profezia di Isaia diceva che Ciro avrebbe riedificato Gerusalemme e non “parzialmente”. Inoltre lo rimarca dicendo “tutto ciò di cui mi diletto adempirà completamente”.
Cosa avrebbe adempiuto, completamente?
Forse il diletto di Geova era che Gerusalemme fosse ricostruita parzialmente?
Sul tempio si potrebbe disquisire perché la profezia riguardo a Ciro diceva semplicemente che “sarebbero state gettate le fondamenta”, a indicazione del fatto che egli non sarebbe vissuto abbastanza per vedere il tempio di Gerusalemme completamente ricostruito e dedicato, ma non si può disquisire sulla ricostruzione di Gerusalemme.
Cosa ci dicono i dati storici?
Quando fu ricostruita Gerusalemme e quando fu ricostruito e dedicato il tempio?
Dopo il ritorno dall'esilio babilonese, sotto la guida di Zorobabele, nominato governatore della Giudea e sommo sacerdote Giosuè, immediatamente si cerca di ricostruire Gerusalemme e la Giudea, devastati ed abbandonati 70 anni prima.
Dopo le iniziali e notevoli difficoltà comunque Gerusalemme viene ricostruita e le fondamenta del Secondo Tempio, sempre secondo la storia secolare, vengono concluse nel 535 a.C.
Ovviamente stiamo parlando di una “data secolare” e finora abbiamo preso queste informazioni con le dovute cautele.
Possiamo tendenzialmente fidarci di questa data?
Sì, perché essa sarebbe in armonia con il periodo di vita dell’imperatore Ciro, il quale morì nell’anno 530 a.C.
Come abbiamo letto nella profezia di Isaia, egli avrebbe emanato l’ordine di ricostruire Gerusalemme ma per quanto riguarda il tempio egli avrebbe visto soltanto “gettarne le fondamenta”.
Sempre secondo la storia secolare, confermata dagli storici ebrei, il Tempio viene consacrato nella primavera del 515 a.C., ovvero più di venti anni dopo il ritorno da Babilonia.
Ciro non avrebbe mai visto il completamento dei lavori in quanto mori 15 anni prima.
Senza voler per forza associare questa profezia (quella di Isaia) a quella di Daniele, la questione è solo una: quante volte il tempio o la città dovevano essere ricostruiti?
Se la parte iniziale della profezia delle settanta settimane si riferisce alla ricostruzione di Gerusalemme e del tempio, allora dobbiamo stabilire se ciò sia avvenuto nel 515 a.E.V (o al limite qualche anno prima) oppure nel 455.
 
    Hello guest!
Chi emanò l'ordine di "restaurare e riedificare Gerusalemme"? Ciro o Artaserse?
 
 
Possiamo scegliere “la data che ci piace di più”, come fanno in molti, ma la Bibbia menziona Ciro come “unto” incaricato sul rimpatrio degli ebrei e sulle fondamenta del Tempio e nessun Artaserse fu mai incaricato per questo.
Anche ammettendo che le date su Ciro e sul suo editto non siano precise, di certo non possono essere sballate di 60 anni e Ciro e Artaserse non sono intercambiabili.
La data di inizio da cui far partire queste emblematiche “70 settimane” è già diventata molto discutibile ma vediamo altre questioni difficili da armonizzare.
Facendo partire le prime sette settimane dal 455 a.E.V. arriviamo al 406 a.E.V. (come ammette lo stesso libro) citato.
Riguardo a questa data, il libro afferma “Il lavoro a quanto pare fu completato nella misura necessaria verso il 406 a.E.V”.
A quanto pare” dal punto di vista di chi?
Esiste, nella storia secolare, un solo dato riscontrabile che anche solo si avvicini a questa data?
Oppure “a quanto pare” è da riferirsi a qualche data biblica?
Esiste, nella Bibbia, qualche riferimento che possa farci ricavare questa data o una data vicina?
In realtà non esiste nulla di tutto ciò e “a quanto pare” è da riferirsi ad una convinzione preconcetta: se dobbiamo far collimare questa data alla comparsa del Messia, dev’essere così per forza.
Forse adesso cominciamo a capire perché diverse traduzioni bibliche traducono “unto” anziché “Messia”, insistendo nella loro traduzione nonostante quella che per molti di noi era un’ assoluta evidenza storica?
Riusciamo anche a mettere il beneficio del dubbio sul perché i primi cristiani non usarono mai questa parte delle Scritture per dimostrare l’identità o il periodo della comparsa del Messia?
Ovviamente, quindi, partendo dal 406 (?) e aggiungendo altri 434 anni arriviamo al 29 E.V. che è proprio l’anno in cui Gesù viene battezzato e diventa il Messia.
Tutti sanno fare i 434-406, nessuno discute che faccia “29”, togliendo l’anno zero; questo semplice calcolo lo sapranno fare anche i diversi traduttori biblici ma il problema sta a monte.
Se forziamo la data di partenza riusciamo a far collimare qualsiasi cosa.
Se poi forziamo sia la data di partenza che la data di arrivo, allora possiamo far dire alla Bibbia tutto quello che vogliamo… ma andiamo avanti perché i problemi non sono certo finiti qua.
Il libro vorrebbe lasciar intendere che questo calcolo, cioè quello che porterebbe al 29 E.V., era intrinsecamente conosciuto dagli ebrei del primo secolo in quanto il popolo era in aspettazione del Messia proprio nel periodo di predicazione di Giovanni il Battista – confronta Luca 3:1-3, 15
Questo resoconto, però, dimostra soltanto che il popolo ebraico era in aspettazione del Messia già da parecchio tempo e sicuramente da molti anni.
Vedendo Giovanni il Battista battezzare e predicare il pentimento dei peccati, il dubbio che potesse essere lui era solo legittimo.
Che essi non avessero affatto un’idea precisa dell’anno della sua apparizione lo si capisce sia dalle parole del Signore che dal resoconto della storia secolare.
Parlando degli ultimi giorni del sistema giudaico il Signore disse chiaramente che sarebbero sorti “falsi Cristi e falsi profeti” che avrebbero potuto sviare perfino i suoi discepoli per cui dovevano stare in guardia.
I resoconti storici confermano che poco dopo il primo assedio, avvenuto per ordine di Cestio Gallo nel 66 E.V., ci fu un’apparente riscossa degli ebrei i quali arrivarono al punto di inseguire i propri invasori.
Proprio in quel periodo sorsero “falsi Cristi” asserendo che era volontà di Dio che Gerusalemme fosse definitivamente liberata.
Ora, se come lascia intendere il libro il popolo conosceva il calcolo delle 70 settimane (e di conseguenza erano giunti alla stessa data del 29 E.V.) perché essi diedero retta ai “cristi” apparsi quasi quarant’anni dopo?
In realtà essi aspettavano l’arrivo del Cristo liberatore fin da quando furono soggiogati dall’impero romano ed essi sapevano che il Cristo poteva comparire da un momento all’altro, all’improvviso.
Inoltre non è ragionevole credere che essi avessero fatto questi calcoli sulle 70 settimane perché la scrittura parla di “giustizia eterna” ma anche di distruzione del tempio – vedi Daniele 9:26
E’ dunque strano che essi si illusero di poter liberare Gerusalemme se interpretavano la profezia delle 70 settimane come viene interpretata oggi, ovvero sapendo che il tempio doveva essere distrutto.
Che questa interpretazione delle 70 settimane proposta dalla Watchtower sia fasulla lo si vede ancora nella parte finale della profezia.
Pur avendo forzato le due date di inizio (il 455 e il 406), non si riesce a far collimare neppure la parte finale.
Vediamo perché.
Intanto la scrittura dice che quel periodo di tempo era stato determinato “per porre termine alla trasgressione, e porre fine al peccato, e fare espiazione per l’errore, e recare giustizia per tempi indefiniti” ma ciò non avvenne nel 33, nel 36 e neppure nel 70.
Non si pose fine né al peccato, né alla trasgressione e non si recò giustizia a tempi indefiniti ma ovviamente la wt spiega queste affermazioni in senso “spirituale”.
Dal momento che il sacrificio di Cristo servì al perdono dei peccati abrogando la Legge che li condannava, venne stabilita questa “giustizia a tempi indefiniti”… .
Citando le parole del libro: “Adesso i peccati dei trasgressori pentiti potevano essere cancellati e le relative pene annullate. Grazie al sacrificio propiziatorio del Messia, per coloro che esercitavano fede era possibile la riconciliazione con Dio”.
Noi abbiamo capito che Israele non ha mai smesso d’avere importanza agli occhi di Dio: non c’è mai stata alcuna “sostituzione” come dicono le religioni della cristianità.
Se questo è corretto, allora dovrebbe essere scontato che è proprio sul popolo di Israele e sulla terra di Israele che si doveva “porre termine alla trasgressione, e porre fine al peccato, e fare espiazione per l’errore, e recare giustizia per tempi indefiniti”; infatti l’angelo dice a Daniele che quelle 70 settimane erano state determinate non solo sul suo popolo ma anche “sulla sua santa città” - leggi Daniele 9:24
La santa città di Daniele era Gerusalemme e nessun’altra… invece in quella città, anche dopo la morte e risurrezione di Cristo, continuò ad esserci trasgressione e sicuramente non si può dire che venne stabilita una “giustizia eterna” durante i 19 secoli della sua inesistenza.
Neppure oggi che Gerusalemme esiste di nuovo si può dire che è stata stabilita questa giustizia eterna. Saltiamo comunque il particolare della città e ammettiamo la possibilità di aver capito male proseguendo il nostro esame.
Diciamo che fu stabilita la giustizia eterna quando Gesù pagò il riscatto versando il suo sangue in sacrificio e che Israele non c’entri nulla in tutto ciò.
Molte traduzioni, come abbiamo visto, non condividono le parole “tenere in vigore il patto” e infatti riportano “stabilire un patto” o un’alleanza o “stipulare un patto”.
Anche se patto e alleanza possono essere sinonimi, di certo sono molto diverse le espressioni “tenere in vigore” o “stipulare”.
La prima espressione presuppone l’esistenza di un patto pre-esistente mentre la seconda menziona un patto appena fatto o nuovo di zecca.
Ovviamente coloro che partono dal principio che il messia menzionato nei versetti precedenti sia proprio IL Messia, si sono dovuti chiedere “quale patto” Egli potesse stipulare con quel popolo che l’aveva appena ucciso.
Quindi il patto diventa il patto Abraamico e la traduzione più congeniale non può essere “stipulare” ma “tenere in vigore”.
In realtà anche accettando questa possibilità avremmo dovuto trovare scritto che il Messia avrebbe tenuto in vigore il patto per “un’altra” o “ancora una settimana” e non semplicemente per una settimana.
Al limite avremmo dovuto leggere che il patto sarebbe stato “prolungato” per una settimana… ma non si legge nulla di tutto ciò in nessuna traduzione.
Comunque il problema non riguarda semplicemente stabilire quale sia la traduzione più corretta (che cambierebbe comunque le cose) ma stabilire chi è il soggetto che “tiene in vigore” o “stipula un patto”.
Dalla punteggiatura presente nella TnM non è molto chiaro ma sembra che sia “il Messia” a farlo.
Il versetto 26 finisce così: “E il popolo di un condottiero che verrà distruggerà la città e il luogo santo, la cui fine arriverà come con un’inondazione. Sino alla fine ci sarà guerra; è stata decretata la devastazione”.
Quindi il versetto 27 continua… ““Lui terrà in vigore il patto per i molti per una settimana, e alla metà della settimana farà cessare sacrificio e offerta”.
Lui terrà in vigore il patto”: lui chi?
Colui che è stato ucciso dopo le 62 settimane (versetto 26a) oppure il condottiero di quel popolo che sarebbe arrivato e avrebbe distrutto la città e il luogo santo? (versetto 26b).
La domanda è lecita perché la CEI traduce così: “il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario; la sua fine sarà un'inondazione e, fino alla fine, guerra e desolazioni decretate. Egli stringerà una forte alleanza con molti per una settimana e, nello spazio di metà settimana, farà cessare il sacrificio e l'offerta” lasciando intendere che è questo principe, ovvero il principe che comanda questo esercito distruttore, a stipulare una “forte alleanza”, una sorta di trattato di pace.
Pur scegliendo la versione più congeniale ai nostri preconcetti, che l’intendimento sia completamente sbagliato è dimostrato dalla storia stessa perché, come abbiamo detto, neppure l’avvenimento finale può dirsi adempiuto.
Con il massimo della semplicità l’opera citata “conclude” la spiegazione della profezia con la conversione di Cornelio, che sarebbe avvenuta nel 36 E.V. e questo chiuderebbe le 70 settimane.
Quindi non si parla affatto della distruzione del Tempio, che avvenne 34 anni più tardi, tanto meno della distruzione di “colui che giace desolato” (chiunque sia per la TnM e qualunque cosa significhi).
Questo è ragionevole?
Questa profezia non includeva anche la devastazione del Tempio nonché la distruzione dello stesso devastatore?
Non sorprende adesso capire perché la TnM traduca in maniera incomprensibile “colui che giace desolato” rendendo inverosimile applicare questa descrizione all’impero romano.
La spiegazione lascia intendere che la stessa distruzione del tempio sarebbe avvenuta in un periodo al di fuori delle 70 settimane perché esse si concluderebbero nel 36!
L’angelo Gabriele avrebbe parlato di 70 settimane le quali si concludono con “lui terrà in vigore il patto per i molti per una settimana(stop) ma per quanto riguarda la parte che dice “sull’ala di cose ripugnanti arriverà colui che causa devastazione; ciò che è stato deciso sarà riversato su colui che giace desolato, fino alla completa distruzione” sarebbe avvenuto quando sarebbe avvenuto.
Anche in un lontanissimo futuro… se prendiamo per assodato che “colui che giaceva desolato” era l’impero Romano.
Per chi legge senza pregiudizi queste scritture, pur non comprendendo i soggetti implicati né il tempo dell’adempimento, il susseguirsi degli avvenimenti è chiaro e lineare: Lui terrà in vigore il patto per i molti per una settimana (ciò vale a dire che alla fine di questa settimana il patto scade o viene infranto) e alla metà della settimana farà cessare sacrificio e offerta.
Sull’ala di cose ripugnanti arriverà colui che causa devastazione (ovvero alla fine della settimana quando ormai “il patto” è giunto al termine) ciò che è stato deciso sarà riversato su colui che giace desolato (ovvero, subito dopo aver infranto il patto – durato una settimana – egli stesso verrà eliminato) fino alla completa distruzione.
Tutti gli avvenimenti descritti dall’angelo Gabriele dovevano iniziare con le prime sette settimane (dall’annuncio di partenza all’arrivo dell’unto) e concludersi nell’ultima settimana (con la distruzione del Tempio o della “città santa” e quindi la distruzione del devastatore).
Questo lo capirebbe anche un bambino.
Quindi, pur avendo forzato la data di inizio (il 455 a.E.V., in quanto gli ebrei non tornarono in patria quell’anno e non gettarono le fondamenta in quell’anno bensì nel 515 a.E.V. grazie all’editto di Ciro, autorizzato come unto di Geova) e pur avendo forzato la data “di mezzo” (il 406… data assolutamente inesistente in tutti i libri di storia) gli avvenimenti non possono combaciare a prescindere.
Salvo spezzando la profezia, dimenticandosi della parte finale.
 
A questo punto dobbiamo essere onesti con noi stessi e scegliere.
Alcuni dicono che quella delle 70 settimane è una “profezia errata” e la usano per “dimostrare” che il libro di Daniele racconti falsità.
Altri, cercando di salvare capre e cavoli, dicono che è una profezia “ipotetica” dicendo che quelle cose si sarebbero adempiute se il popolo avesse o non avesse fatto determinato cose.
In pratica alcuni dicono che Dio cambiò idea riguardo a questa profezia a motivo delle mutate condizioni generali, un po’ come accadde nel caso dei niniviti al tempo di Giona.
Altri, come possiamo immaginare, continuano a negare l’evidenza insistendo sulla corretta interpretazione della propria organizzazione religiosa (che non riguarda nello specifico la WT ma le spiegazioni delle organizzazioni religiose in generale, le quali, non da meno della WT, giocano molto con le parole).
Che dire di noi?
La Bibbia si è sbagliata oppure Dio ha cambiato idea all’ultimo momento non facendo più avverare la profezia?
Adesso che abbiamo compreso i termini dell’enigma, possiamo sperare di aver fatto il primo passo verso la comprensione oppure ci siamo allontanati ancora di più?
Dobbiamo rinunciarci?
L’enigma della 70 settimane sarà mai svelato?
Se la Bibbia è davvero il Libro di Dio, le risposte devono trovarsi lì... no?
Pur riconoscendo i nostri limiti, il prossimo articolo cercherà nella Bibbia la chiave per svelare questo millenario enigma – Daniele 12:10; 2 Timoteo 3:16, 17
 
 
 
Note in calce
* Il libro "Prestate attenzione alle profezie di Daniele!" è edito dalla Watchtower
 
**Nel prossimo articolo si menzioneranno, tra le altre cose, le Scritture di Esdra e Neemia in genere utilizzate per dimostrare che la profezia delle 70 settimane dovrebbe partire dall’editto di Artaserse Longimano.
 
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    • Eric Ouellet

      Qu’est-ce que le Jour du Jugement ?

      La Bible dit que Dieu “ a fixé un jour où il va juger la terre habitée ”. (Actes 17:31.) Pour beaucoup, l’idée d’être soumis à un jugement, quel qu’il soit, est désagréable. Voyez-vous les choses ainsi ?
      SI C’EST le cas, rassurez-vous : le Jour du Jugement est une disposition pleine d’amour qui apportera de grands bienfaits à la famille humaine, y compris aux morts (Matthieu 20:28 ; Jean 3:16). Mais pourquoi est-il nécessaire ? Et que se passera-t-il réellement pendant ce “ jour ” ?
      Pourquoi le Jour du Jugement est nécessaire
      Lorsque Dieu a placé les humains sur la terre, il ne la destinait pas à n’être qu’un lieu d’épreuve en vue d’une existence dans un autre monde. Il a créé les humains pour qu’ils y vivent éternellement. Bien que parfaits physiquement et mentalement, Adam et Ève, le premier couple, se sont rebellés contre Dieu. Ils ont alors perdu la perspective de la vie éternelle pour eux-mêmes, et ont transmis le péché et la mort à tous leurs descendants. — Genèse 2:15-17 ; Romains 5:12.
      Le Jour du Jugement sera une période de mille ans durant laquelle les hommes auront la possibilité de retrouver ce qu’Adam et Ève ont perdu*. Remarquez que, selon Actes 17:31, cité plus haut, ce “ jour ” concerne les personnes qui vivent sur “ la terre habitée ”. Celles qui recevront un jugement favorable vivront sur la terre, éternellement et dans des conditions parfaites (Révélation 21:3, 4). Le Jour du Jugement contribue donc à l’accomplissement du dessein originel de Dieu pour l’homme et pour la planète.
      Le Juge que Dieu a établi est Christ Jésus. La Bible révèle qu’il va “ juger les vivants et les morts ”. (2 Timothée 4:1.) Qui sont “ les vivants ” qui seront jugés ? Comment les morts vont-ils revenir à la vie sur “ la terre habitée ” ?
      Jésus juge “ les vivants ”
      Nous sommes maintenant proches de la fin annoncée du présent système de choses, où Dieu va détruire tous les éléments de la société humaine corrompue et supprimer les méchants. Les personnes qui réchapperont seront “ les vivants ” qui seront jugés. — Révélation 7:9-14 ; 19:11-16.
      Durant la période de jugement qui durera mille ans, Christ Jésus ainsi que 144 000 hommes et femmes ressuscités pour vivre dans les cieux dirigeront la terre. Exerçant les fonctions de rois et de prêtres, ils dispenseront les bienfaits du sacrifice rédempteur de Jésus et amèneront progressivement les humains fidèles à la perfection physique et mentale. — Révélation 5:10 ; 14:1-4 ; 20:4-6.
      Pendant le Jour du Jugement, Satan et ses démons ne seront plus libres d’influencer l’activité humaine (Révélation 20:1-3). Toutefois, à la fin de ce “ jour ”, Satan sera autorisé à éprouver la fidélité de tous les humains alors en vie. Ceux qui resteront fidèles à Dieu passeront avec succès l’épreuve à laquelle Adam et Ève ont échoué. Ils seront jugés dignes de recevoir la vie éternelle sur la terre redevenue un paradis. Ceux qui décideront de se rebeller contre Dieu seront détruits pour toujours, de même que Satan et ses démons. — Révélation 20:7-9.
      Le jugement des “ morts ”
      On lit dans la Bible qu’au Jour du Jugement les morts “ se lèveront ”. (Matthieu 12:41.) Jésus a dit : “ L’heure vient où tous ceux qui sont dans les tombes de souvenir entendront sa voix et sortiront, ceux qui ont fait des choses bonnes, pour une résurrection de vie, ceux qui ont pratiqué des choses viles, pour une résurrection de jugement. ” (Jean 5:28, 29). Il n’est pas question ici des âmes désincarnées des défunts. Ces derniers sont totalement inconscients et n’ont pas d’âme qui survive à la mort (Ecclésiaste 9:5 ; Jean 11:11-14, 23, 24). Jésus relèvera sur la terre tous ceux qui se sont endormis dans la mort.
      Seront-ils jugés sur la base de ce qu’ils ont fait avant leur mort ? Non. Les Écritures enseignent que “ celui qui est mort a été acquitté de son péché ”. (Romains 6:7.) Ainsi, tout comme les survivants de la fin du système actuel, les ressuscités pour la vie sur la terre seront jugés “ selon leurs actions ” au cours du Jour du Jugement (Révélation 20:12, 13). En fonction de l’issue de leurs actions, leur résurrection se révélera aboutir soit à l’éternité, soit à la destruction. Nombre de ces ressuscités découvriront Jéhovah Dieu et ses exigences pour obtenir la vie. Ils auront la possibilité de se conformer à la volonté de Dieu et de recevoir la vie éternelle sur la terre.
      Aucune raison d’avoir peur
      Le Jour du Jugement ne sera pas seulement un temps d’instruction divine, mais aussi un temps où tous les vivants appliqueront ce qu’ils apprendront et en verront les bienfaits. Imaginez la joie que vous ressentirez quand vous retrouverez vos chers disparus et progresserez à leurs côtés vers la perfection !
      Imaginez la joie que vous ressentirez quand vous retrouverez vos chers disparus.
      Au terme du Jour du Jugement, Dieu permettra à Satan d’éprouver la fidélité des êtres humains. Il n’y a cependant pas lieu d’être inquiet ou d’avoir peur. Tous seront alors solidement armés pour faire face à cette dernière épreuve. Ainsi, le Jour du Jugement est une étape dans l’accomplissement du dessein divin qui effacera toutes les conséquences de la rébellion originelle contre Dieu dans le jardin d’Éden.

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    • Eric Ouellet

      Chantons avec coeur et allégresse 
      Psaumes
      146 Louez Jah!
      Que tout mon être loue Jéhovah !
       2 Je veux louer Jéhovah toute ma vie.
      Je veux chanter des louanges à mon Dieu aussi longtemps que je vivrai.
       3 Ne mettez pas votre confiance dans les princes,
      ni dans un fils d’homme, qui est incapable de sauver.
       4 L’esprit de l’homme sort, l’homme retourne au sol ;
      ce jour-là, ses pensées périssent.
       5 Heureux celui qui a pour secours le Dieu de Jacob
      et dont l’espoir est en Jéhovah son Dieu,
       6 Celui qui a fait le ciel et la terre,
      la mer, et tout ce qui s’y trouve,
      celui qui reste fidèle pour toujours,
       7 celui qui garantit la justice aux spoliés,
      celui qui donne du pain aux affamés.
      Jéhovah libère les prisonniers ;
       8 Jéhovah ouvre les yeux des aveugles ;
      Jéhovah relève ceux qui sont courbés ;
      Jéhovah aime les justes.
       9 Jéhovah protège les résidents étrangers ;
      il soutient l’orphelin de père et la veuve,
      mais il contrecarre les projets des méchants
      10 Jéhovah sera Roi pour toujours,
      ton Dieu, ô Sion, de génération en génération.
      Louez Jah !

      · 0 replies
    • REDROCHA  »  T.B. (Twyla)

      Thank you Sister !!!!
      · 0 replies
    • Eric Ouellet

      LES QUALITÉS D'UN BERGER ET LES ASSISTANTS DE L'ASSEMBLÉE 

      PREMIÈRE LETTRE DE TIMOTHÉE

      3 La parole suivante est digne de foi : Si un homme aspire à être un responsable, il désire une belle œuvre. 2 Il faut donc qu’un responsable soit irréprochable, mari d’une seule femme, modéré dans ses habitudes, réfléchi, ordonné, hospitalier, capable d’enseigner, 3 que ce ne soit pas un ivrogne ni un homme violent, mais un homme raisonnable, non querelleur, non ami de l’argent, 4 un homme qui dirige d’une belle façon sa propre famille, qui tienne ses enfants dans la soumission en toute dignité 5 (car si un homme ne sait pas diriger sa propre famille, comment prendra-t-il soin de l’assemblée de Dieu ?), 6 que ce ne soit pas un homme récemment converti, de peur qu’il se gonfle d’orgueil et tombe sous le coup de la condamnation portée contre le Diable. 7 D’autre part, il faut aussi qu’il reçoive un beau témoignage des gens extérieurs à l’assemblée, afin de ne pas tomber dans le déshonneur et dans un piège du Diable.
      8 De même, il faut que les assistants soient des hommes dignes, qu’ils n’aient pas un langage double, qu’ils soient modérés dans la consommation de vin, non avides d’un gain malhonnête, 9 attachés au saint secret de la foi avec une conscience pure.
      10 De plus, qu’ils soient d’abord mis à l’épreuve quant à leurs aptitudes ; puis, s’ils sont exempts d’accusation, qu’ils servent comme ministres.
      11 De même, il faut que les femmes soient dignes, non calomniatrices, modérées dans leurs habitudes, fidèles en toutes choses.
      12 Les assistants doivent être maris d’une seule femme et diriger d’une belle façon leurs enfants et leur propre famille. 13 Car les hommes qui servent d’une belle façon acquièrent une belle réputation et une grande confiancepour parler de la foi en Christ Jésus.
      14 Je t’écris ces choses, bien que j’espère venir bientôt chez toi, 15 pour que, au cas où je serais retardé, tu saches comment tu dois te conduire dans la maison de Dieu, qui est l’assemblée du Dieu vivant, colonne et soutien de la vérité. 16 Oui, il faut avouer qu’il est grand, le saint secret de l’attachement à Dieu : « Il a été manifesté dans la chair, a été déclaré juste dans l’esprit, est apparu aux anges, a été prêché parmi les nations, a été cru dans le monde, a été enlevé dans la gloire. »





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    • Eric Ouellet

      Bergers, imitez les Grands Bergers
       
      Christ [...] a souffert pour vous, vous laissant un modèle pour que vous suiviez fidèlement ses traces » (1 PIERRE 2:21)

      QUAND un berger s’intéresse de près au bien-être de son troupeau, les moutons se portent bien. Selon un manuel sur l’élevage ovin, « l’homme qui se contente de mener le troupeau au pré puis n’y prête plus attention risque fort, en quelques années, d’avoir de nombreuses bêtes malades qui ne rapportent rien ». Par contre, quand les moutons reçoivent l’attention voulue, le troupeau prospère.
      La qualité des soins et de l’attention que les bergers du troupeau de Dieu prodiguent à chaque brebis dont ils sont responsables influera sur la santé spirituelle de toute la congrégation. Tu te souviens peut-être que Jésus a eu pitié des foules parce qu’« elles étaient dépouillées et éparpillées comme des brebis sans berger » (Mat. 9:36). Pourquoi se trouvaient-elles en si piteuse condition ? Parce que les hommes chargés d’enseigner la Loi de Dieu au peuple étaient durs, exigeants et hypocrites. Au lieu de soutenir et de nourrir les membres de leur troupeau, les guides spirituels d’Israël posaient sur leurs épaules de « lourdes charges » (Mat. 23:4).
      Les bergers chrétiens d’aujourd’hui, les anciens, ont donc une lourde responsabilité. Les brebis du troupeau sous leur garde appartiennent à Jéhovah ainsi qu’à Jésus, qui s’est présenté comme « l’excellent berger » (Jean 10:11). Les brebis ont été « acheté[e]s à un prix », que Jésus a payé avec son propre « sang précieux » (1 Cor. 6:20 ; 1 Pierre 1:18, 19). Jésus aime tellement les brebis qu’il a bien voulu sacrifier sa vie pour elles. Les anciens ne devraient jamais oublier qu’ils sont des sous-bergers sous la surveillance du Fils bienveillant de Dieu, Jésus Christ, « le grand berger des brebis » (Héb. 13:20).
      Comment les bergers chrétiens devraient-ils traiter les brebis ? Les membres de la congrégation sont exhortés à « obéi[r] à ceux qui [les] dirigent ». De leur côté, les anciens ne doivent pas « commande[r] en maîtres ceux qui sont l’héritage de Dieu » (Héb. 13:17 ; lire 1 Pierre 5:2, 3). Alors comment peuvent-ils diriger le troupeau sans le commander en maîtres ? Autrement dit, comment peuvent-ils répondre aux besoins des brebis sans abuser de l’autorité dont Dieu les a investis ?
      « IL LES PORTERA SUR SON SEIN »
      Parlant de Jéhovah, le prophète Isaïe a déclaré : « Comme un berger il fera paître son troupeau. De son bras il rassemblera les agneaux ; et sur son sein il les portera. Il conduira doucement celles qui allaitent » (Is. 40:11). Cette comparaison montre que Jéhovah se soucie des besoins des membres de la congrégation faibles et vulnérables. De même qu’un berger connaît les besoins particuliers de chaque brebis de son troupeau et se tient prêt à les combler, Jéhovah connaît les besoins des membres de la congrégation et est heureux de leur apporter le soutien voulu. À l’image d’un berger qui, si nécessaire, porte un agneau nouveau-né dans le pli de son vêtement, « le Père des tendres miséricordes » nous portera, ou nous consolera, quand nous serons durement éprouvés ou rencontrerons un besoin particulier (2 Cor. 1:3, 4).

      Quel exemple admirable pour un berger chrétien ! Comme son Père céleste, il lui faut être attentif aux besoins des brebis. S’il est au courant des difficultés qu’elles rencontrent et des besoins qui méritent une attention immédiate, il sera en mesure d’offrir l’encouragement et le soutien nécessaires (Prov. 27:23). Il doit donc bien communiquer avec ses compagnons chrétiens. Tout en respectant la vie privée de chacun, il s’intéresse à ce qu’il voit et entend dans la congrégation, avec amour, il se rend disponible pour « venir en aide aux faibles » (Actes 20:35 ; 1 Thess. 4:11).
      Parlons de la mentalité de bergers que Jéhovah a désapprouvés. Aux jours d’Ézékiel et de Jérémie, Jéhovah a dénoncé ceux qui auraient dû s’occuper de ses brebis, mais ne le faisaient pas. Quand personne ne surveillait les brebis, le troupeau devenait la proie de bêtes sauvages et se dispersait. Ces bergers exploitaient les brebis et, plutôt que de les faire paître, « ils se paissaient eux-mêmes » (Ézék. 34:7-10 ; Jér. 23:1). Le reproche que Dieu leur a fait est tout aussi valable pour les chefs de la chrétienté. Mais il souligne également combien il est important qu’un ancien s’occupe avec sérieux et amour du troupeau de Jéhovah.
      « JE VOUS AI DONNÉ L’EXEMPLE »
      En raison de l’imperfection humaine, certaines brebis peuvent être lentes à comprendre ce que le Berger suprême attend d’elles. Elles ne se conforment pas toujours à un conseil biblique ou ont un comportement trahissant un manque de maturité spirituelle. Comment les anciens doivent-ils réagir ? Ils devraient imiter la patience qu’a eue Jésus envers ses disciples quand ils cherchaient à savoir qui parmi eux serait le plus grand dans le Royaume. Au lieu de perdre patience, Jésus a continué à les enseigner et à leur donner des conseils bienveillants sur la pratique de l’humilité (Luc 9:46-48 ; 22:24-27). En leur lavant les pieds, il leur a fait une démonstration d’humilité, qualité que les surveillants chrétiens sont tenus de manifester (lire Jean 13:12-15 ; 1 Pierre 2:21).
      Le point de vue de Jésus sur le rôle du berger n’était pas le même que celui que Jacques et Jean ont un jour manifesté. Ces deux apôtres cherchaient à s’assurer une place en vue dans le Royaume. Mais Jésus a rectifié cet état d’esprit ainsi : « Vous savez que les chefs des nations dominent sur elles, et que les grands usent d’autorité sur elles. Il n’en sera pas ainsi parmi vous ; mais quiconque voudra devenir grand parmi vous sera votre serviteur » (Mat. 20:25, 26, Bible de Darby). Les apôtres devaient résister à l’envie de « commander en maîtres » leurs compagnons ou de « dominer sur » eux.
      Jésus tient à ce que les bergers chrétiens traitent le troupeau comme lui le traitait. Ils doivent être disposés à servir leurs compagnons, pas les dominer. Paul a manifesté une telle humilité. Il a dit en effet aux anciens de la congrégation d’Éphèse : « Vous savez bien comment, depuis le premier jour où j’ai mis le pied dans le district d’Asie, j’ai été avec vous tout le temps, travaillant comme un esclave pour le Seigneur, avec la plus grande humilité. » L’apôtre souhaitait que ces anciens soutiennent les brebis avec dévouement et humilité. Il a ajouté : « Je vous ai montré en toutes choses que c’est en peinant ainsi que vous devez venir en aide aux faibles » (Actes 20:18, 19, 35). Il a par ailleurs dit aux Corinthiens qu’il ne dominait pas sur leur foi. Il était plutôt leur humble compagnon de travail, pour leur joie (2 Cor. 1:24). C’est un bel exemple d’humilité et de courage pour les anciens de notre époque.
      « FERMEMENT ATTACHÉ À LA PAROLE FIDÈLE »
      Un ancien doit être « fermement attaché à la parole fidèle pour ce qui est de son art d’enseigner » (Tite 1:9). Mais il le sera « dans un esprit de douceur » (Gal. 6:1). Un bon berger chrétien ne force pas une brebis à agir de telle ou telle façon. Non, il réfléchit à la manière dont il stimulera son cœur. Il attirera peut-être son attention sur les principes bibliques à considérer avant de prendre une décision importante. Il reverra avec elle ce que les publications ont dit sur la question. Il l’exhortera à réfléchir aux conséquences de tel ou tel choix sur ses relations avec Jéhovah. Il pourra aussi insister sur l’importance de demander à Dieu sa direction avant de prendre une décision (Prov. 3:5, 6). Ensuite, il la laissera prendre elle-même sa décision (Rom. 14:1-4).
      La seule autorité que les surveillants chrétiens détiennent leur vient des Écritures. Alors ils doivent absolument se servir de la Bible avec habileté et adhérer à son contenu. Ils se garderont ainsi d’un éventuel abus de pouvoir. Car ils ne sont que sous-bergers ; chaque membre de la congrégation est responsable devant Jéhovah et Jésus de ses propres décisions (Gal. 6:5, 7, 8).
      « DES EXEMPLES POUR LE TROUPEAU »
      Après avoir déconseillé aux anciens ( prêtres )« commander en maîtres ceux qui [leur] sont échus en partage », l’apôtre Pierre les exhorte à « devenir des exemples pour le troupeau » (1 Pierre 5:3, note). De quelle façon sont-ils des exemples pour le troupeau ? Prenons deux des choses requises d’un frère qui « aspire à une fonction de surveillant ». Il lui faut être « sain d’esprit » et « présider de belle façon, sa propre maisonnée ». S’il a une famille, il doit la présider de manière exemplaire, car « si quelqu’un [...] ne sait pas présider sa propre maisonnée, comment prendra-t-il soin de la congrégation ( assemblée) de Dieu ? » (1 Tim. 3:1, 2, 4, 5). Il doit également être sain d’esprit, c’est-à-dire comprendre clairement les principes divins et savoir comment les appliquer dans sa propre vie. Il est calme et équilibré et se garde de porter des jugements hâtifs. Autant de qualités qui inspirent confiance aux membres de la congrégation.
      Les surveillants donnent également l’exemple en prenant la tête dans l’œuvre de prédication. Jésus lui-même leur a donné l’exemple à cet égard. La prédication de la bonne nouvelle du Royaume a occupé une grande partie de son activité terrestre. Il a montré à ses disciples comment il fallait l’accomplir (Marc 1:38 ; Luc 8:1). Qu’il est encourageant, de nos jours, de prêcher aux côtés des anciens, de constater leur zèle pour cette œuvre salvatrice et d’apprendre de leurs méthodes d’enseignement ! Leur détermination à consacrer du temps et de l’énergie à la prédication malgré un emploi du temps chargé insuffle du zèle à toute la congrégation. Enfin, les anciens donnent l’exemple en préparant les réunions de la congrégation et en y participant, mais aussi en prenant part à des activités comme le nettoyage et la maintenance de la Salle du Royaume (Éph. 5:15, 16 ; lire (Hébreux 13:7) 
      « SOUTENEZ LES FAIBLES »
      Quand une brebis se blesse ou tombe malade, un bon berger vole à son secours. Pareillement, quand un membre de la congrégation souffre ou a besoin d’une aide spirituelle, les anciens doivent réagir rapidement. Un chrétien âgé ou malade a sans doute besoin d’une aide pratique, mais il a surtout besoin d’un soutien spirituel et d’encouragements (1 Thess. 5:14). Les jeunes rencontrent peut-être des difficultés. Résister aux « désirs de la jeunesse » en est une (2 Tim. 2:22). Le berger doit donc rendre régulièrement visite aux membres de la congrégation dans le but de comprendre les épreuves qu’ils traversent et de les encourager par des conseils bibliques bien choisis. Quand ces visites pastorales sont faites au bon moment, beaucoup de problèmes peuvent être résolus avant qu’ils ne s’aggravent.
      Et si les difficultés d’un chrétien s’aggravent au point de menacer sa santé spirituelle ? « Quelqu’un parmi vous est-il malade ?, a demandé le rédacteur biblique Jacques. Qu’il appelle à lui les anciens de la congrégation, et qu’ils prient sur lui, l’enduisant d’huile au nom de Jéhovah. Et la prière de la foi rétablira celui qui est souffrant, et Jéhovah le relèvera. De plus, s’il a commis des péchés, il lui sera pardonné » (Jacq. 5:14, 15). Même quand un chrétien « souffrant » « appelle à lui les anciens », ces derniers doivent lui venir en aide dès qu’ils sont au courant de son état. Les anciens qui prient avec sont là pour le fortifier et aussi tout frères en difficulté, et ils les soutiennent, se révèlent une source de réconfort et d’encouragement (lire Isaïe 32:1, 2).
      Dans tout ce qu’ils font au sein de l’organisation de Jéhovah, les bergers s’efforcent d’imiter « le grand berger », Jésus Christ. Grâce à l’aide de ces hommes dignes de confiance, le troupeau se fortifie et prospère. Tout cela nous réjouit profondément et nous pousse à louer le plus Grand Berger sans pareil,  notre Dieu Jéhovah



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